Parte dalla relazione del Segretario Pier Luigi Bersani alla Direzione nazionale una riflessione e un dibattito ai quali anche il PD di Limbiate deve partecipare. Da queste pagine intendiamo coinvolgere tutti gli elettori e gli iscritti limbiatesi del PD, raccogliere le loro riflessioni i suggerimenti e le idee per migliorare e rafforzare la nostra presenza proprio ora che abbiamo responsabilità di governo della città. Scarica il testo
La base su cui intendiamo raccogliere contributi e riflessioni è il testo integrale della relazione del segretario Pier Luigi Bersani del Partito Democratico del 24 giugno e che qui riproduciamo. Tutti i commenti che ci arriveranno verranno raccolti e faranno parte della discussione che, dopo le vacanze estive, il PD limbiatese promuoverà.
Un partito di iscritti e di elettori
Veniamo a qualche tema specifico, sapendo che ne indicherò alcuni ma non tutti. Per capire cosa intendo quando parlo di partito di iscritti e di elettori, propongo di lasciarci alle spalle la discussione partito leggero-partito pesante. Il partito deve garantire di poter svolgere alcune funzioni essenziali, che sono quelle che ne giustificano l’esistenza.
Deve quindi essere attrezzato ad ascoltare e a confrontarsi con le istanze della società, deve essere capace di un’elaborazione autonoma (deve cioè darsi dei canali propri di elaborazione culturale e politica), deve avere un’organizzazione adeguata a rendere praticabile e veicolabile la sua visione e il suo progetto, deve infine garantire formazione e selezione dei gruppi dirigenti. Queste sono le funzioni necessarie ed indispensabili, che vanno svolte con il massimo grado di leggerezza e di essenzialità.
Ci vuole un minimo di robustezza politico-organizzativa, che non contrasta affatto con l’apertura all’esterno, anzi ne è la condizione. Non penso al partito dei funzionari, ma a una formazione che abbia una stabilità strutturale e garantisca alcune professionalità specialistiche, ad esempio nel settore organizzazione e comunicazione, con figure che, anche al livello territorialmente adeguato, siano in grado di garantire continuativamente rapporti e iniziative verso l’esterno.
Per le funzioni politiche, noi non vogliamo essere un partito di funzionari. Quando necessario e utile, si devono trovare per i ruoli politici forme di collaborazione che abbiano carattere di flessibilità e fluidità. In un partito così la sovranità appartiene agli iscritti che, a mio giudizio, in diverse essenziali e importanti occasioni, o per via statutaria o per via di decisione politica, la rimettono agli elettori.
Ci sono materie e circostanze in cui il riconoscimento del ruolo degli iscritti è imprescindibile. Si pensi all’elezione degli organismi dirigenti territoriali. O a scelte fondamentali di orientamento politico-programmatico, su cui è giusto valorizzare uno strumento come il referendum degli iscritti. Questa esigenza l’abbiamo enunciata varie volte, ma non l’abbiamo mai praticata.
Per esempio, potremmo sperimentarla alla fine di questo percorso della Conferenza sulle eventuali modifiche statutarie, chiamando gli iscritti a pronunciarsi con un referendum.
Oppure si pensi alle nuove tecnologie. Potremmo, per esempio, studiare di collegare l’iscrizione al partito all’attribuzione di un codice personalizzato di accesso a una rete di consultazione del partito, che possa aiutarci a sperimentare anche nuove forme di democrazia telematica.
Ci sono invece occasioni in cui è opportuno e necessario che gli iscritti, nella nuova logica di un partito che ho cercato di descrivere, trasferiscano la sovranità a una platea più vasta, costituita dagli elettori del partito che accettano di dichiararsi e registrarsi come tali.
Sapete quanto complesso sia il tema della registrazione, che può essere fatta in modo flessibile o più rigido. Anche di questo dovremo discutere, ma il tema c’è. Il trasferimento della sovranità agli elettori è necessario nel caso della scelta dei candidati per i vertici istituzionali.
È una scelta che, per le nostre responsabilità e le nostre dimensioni, non riguarda solo il partito, ma investe le prospettive delle comunità locali. Le primarie sono fondamentali e preziose. Nella normalità dei casi, le primarie si sono rivelate in grado di raccogliere e mobilitare attorno al PD e alla coalizione anche energie esterne ai partiti.
Mettiamo fine a questa discussione che a volte ritorna: noi abbiamo il copyright nazionale ed europeo di questo strumento, non ce lo faremo portar via da nessuno! Questo intendo quando dico di mettere in sicurezza le primarie: attenzione, uno strumento così prezioso non può essere contraddetto nelle sue finalità.
Noi abbiamo sperimentato che le primarie si sono rivelate preziosissime quando sono state interpretate come una risorsa della politica, sono state meno preziose (uso un eufemismo) quando sono state concepire come una sorta di vincolo regolamentare da brandire nello scontro interno. In questi casi vi è stato un automatismo burocratico, che ha portato all’utilizzazione delle primarie solo per fini di parte.
Dobbiamo perciò valutare quale sia lo spazio politico necessario per individuare i casi in cui non ci siano le condizioni per il ricorso a questo strumento. Lascio aperta la discussione su questo punto, ponendo il problema e legandolo a un aspetto su cui voglio invece dire una cosa più precisa. È chiaro che in questo meccanismo possono esserci talora elementi negativi o qualche volta perfino patologici; il punto è che quando noi ci roviniamo da soli applicando male il meccanismo, roviniamo anche la coalizione.
Quando parlo di responsabilità, non lo faccio solo per noi: se noi perdiamo un Comune perché abbiamo impostato male le scelte, perdiamo un comune per tutto il centrosinistra e vince la destra!
Penso che la scelta di spostare l’asse delle primarie verso la coalizione si sia dimostrata giusta e vincente. Adesso abbiamo il problema di individuare regole democratiche che impediscano di trasformare, come in qualche caso è avvenuto, le primarie di coalizione per i vertici istituzionali locali in una resa dei conti interna al Pd.
Pongo il tema di meccanismi che favoriscano, magari senza imporla rigidamente, l’univocità della presenza del PD nelle primarie di coalizione. Valutiamo di alzare la soglia di presentazione delle candidature espressione del partito, oppure di individuare dei meccanismi di deroga a rispetto alla regola di un solo candidato del PD nelle primarie di coalizione.
Chiedo un aiuto per trovare una soluzione su questo tema, perché questo, all’atto pratico, si è rivelato il punto si cui si è innestato il problema di cui dicevo, cioè lo svilimento delle primarie in una diatriba interna. Per questa ragione chiedo che sul punto la discussione indichi una soluzione.
Ribadisco che, a mio giudizio, l’apertura agli elettori è una risorsa da salvaguardare anche per l’elezione del segretario nazionale del Partito Democratico. Sia per la sua funzione di rappresentanza generale che per la sua esposizione esterna, è una responsabilità che non può essere intesa come rivolta solo al corpo degli iscritti, perché poi vive quotidianamente sotto i riflettori di una battaglia che coinvolge l’opinione pubblica nazionale, e perché può avere dei tratti unificanti in un Paese che di questo ha assolutamente bisogno.
Per quel che riguarda la selezione dei candidati al Parlamento, noi abbiamo un nostro progetto di riforma elettorale. C’è in corso un’iniziativa referendaria, di cui troveremo il modo di discutere, ma è chiaro che noi abbiamo la nostra proposta. Possiamo dire che tutto ciò che mette in discussione il Porcellum e apre uno spazio per una discussione parlamentare di riforma può essere utile, ma noi abbiamo la nostra proposta.
In presenza del Porcellum, noi siamo di fronte a una questione che è emersa in maniera assolutamente evidente negli ultimi mesi. C’è una spinta enorme alla partecipazione - i referendum, le amministrative, la piazza di Milano – e ci troviamo di fronte all’imbuto di una legge elettorale che costringe alla nomina dei parlamentari.
Questa legge è talmente in contropelo rispetto alle esigenze di partecipazione, che qui davvero può profilarsi una situazione dove rischia di “piovere per tutti”. Quindi noi dobbiamo affrontare il tema, tenendo presenti le implicazioni di ciò che facciamo. Stiamo parlando della composizione di gruppi parlamentari che devono garantire la rappresentanza di genere, i territori, il pluralismo, le competenze e l’apertura all’esterno. Noi dobbiamo ribadire e combinare queste esigenze, per inserirle però in un quadro di partecipazione.
Mi limito a dire che, nel caso in cui rimanga in vigore questa legge elettorale, noi dovremo trovare delle forme che tengano conto anche delle diverse articolazioni territoriali. Ad esempio, abbiamo le Unioni regionali di cui avvalerci. Noi possiamo quindi dare dei criteri di indirizzo, secondo uno schema per cui una parte fondamentale delle scelte vengono rimesse agli iscritti, senza escludere (in particolare per quelle regioni che siano in grado di farlo) iniziative di ulteriore ampliamento dei meccanismi di partecipazione.
Non scendo ulteriormente nei dettagli, limitandomi dunque a un indirizzo che garantisca la partecipazione a partire dagli iscritti (senza escludere forme più larghe laddove a livello regionale le condizioni politiche e regolamentari lo consentano) e che assicuri quegli elementi di unitarietà imprescindibili per i gruppi parlamentari.
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