D’Attorre: Giustizia fiscale tema gigantesco.

I ballottaggi del 7-8 giugno sono stati l’ultimo appuntamento elettorale prima delle elezioni politiche del 2027. Qual è il suo giudizio sul risultato dei ballottaggi e ora quali sfide attendono il Pd e il centrosinistra?
Mi sembra surreale trarre da un turno amministrativo di portata così limitata indicazioni politiche generali. La Presidente del Consiglio è comprensibilmente molto preoccupata e quindi si è aggrappata al singolo dato di Venezia per dipingere una riscossa della destra. È sorprendente come molti abbiano assecondato questa lettura piuttosto ardita. Se si fa il conto dei capoluoghi di provincia, il centrosinistra guadagna complessivamente 2 Comuni, ma non trarrei neppure da questo chissà quale significato. Nei centri medio-piccoli è prevalente la scelta rispetto alla situazione e alle candidature locali. Mettiamola così: le ragioni per cui la destra perderà le prossime elezioni politiche sono indipendenti dall’esito di questo turno amministrativo.

Il clima sembra già diverso rispetto all’euforia post-referendum. Non pensa che l’alleanza dei progressisti non abbia saputo sfruttare l’onda positiva del voto referendario?
Bisogna evitare di oscillare fra depressione ed euforia, come è capitato in diversi commenti. Prima del referendum la Meloni veniva considerata salda al potere per i prossimi dieci anni, mentre subito dopo incapace di portare a termine perfino questa legislatura. Il referendum è stato un passaggio molto importante, ma diversi di noi hanno sottolineato subito come le politiche saranno una partita diversa. Non si tratta di sfruttare l’onda del referendum, ma di capire che quel voto ha fatto emergere ancora di più una domanda di cambiamento, di chiarezza e di coerenza che l’alleanza progressista deve saper interpretare.

Cosa dovrebbe fare subito il campo largo?
Con una battuta le direi che anzitutto dovremmo smettere di farci chiamare campo largo, espressione priva di qualsiasi identità. C’è un’alleanza e questa alleanza ha una chiara identità progressista. Sul programma, come giustamente ripete Elly Schlein, non partiamo assolutamente da zero, nemmeno sui temi più delicati, come testimonia anche la recente mozione comune sul no al piano di riarmo UE, sul significato della difesa comune europea e sulla revisione del Patto di Stabilità. Sul tema fin qui più divisivo, quello dell’Ucraina, mi pare ci siano i margini per avvicinare le posizioni. Dobbiamo perciò trasmettere al Paese il messaggio che siamo pronti alle elezioni. Con una maggioranza spaccata, un governo immobile, senza idee e senza risorse, la scelta più responsabile sarebbe restituire quanto prima la parola agli italiani, anziché tenere per un anno l’Italia bloccata.

Le alleanze dipendono dal programma ma anche dalla legge elettorale con cui si voterà. Il governo prova la forzatura. E le opposizioni?
È un tentativo che va contrastato con la massima determinazione. Un tentativo arrogante, disperato e senza sbocchi. Io resto convinto che la destra perderà con qualsiasi sistema elettorale e che un’altra forzatura sulle regole danneggerebbe ancora di più l’attuale maggioranza. Ma non possiamo fare un discorso di convenienza mentre si cerca di introdurre in maniera surrettizia il premierato e si indebolisce ancora di più la scelta dei parlamentari da parte degli elettori. Io continuo a sperare che alla fine ci sia nella maggioranza chi mantenga almeno la lucidità di capire che da questa forzatura la destra non ricaverà nessun vantaggio elettorale, anzi.

La Presidente del Consiglio continua a rivendicare i risultati economici positivi del suo governo. Come rispondete all’accusa di non riconoscere i successi del governo?
Sul non riconoscimento dei successi del suo governo Giorgia Meloni ha un problema con gli italiani, non con l’opposizione. L’altro giorno all’assemblea Confcommercio ha detto che le sembra di governare da un’eternità. In effetti, quando si fa poco o nulla, il tempo sembra non passare mai. Credo che nessuno sia in grado di individuare una riforma significativa e caratterizzante realizzata da questo governo, qualcosa che sarà ricordato negli anni futuri. Con la fine del PNRR la crescita torna verso lo zero, la produttività è ferma, i salari sono ancora otto punti percentuali sotto il potere d’acquisto di dieci anni fa, cresce solo il numero dei lavoratori over 50 per l’aumento dell’età pensionabile.

Su quali priorità l’alleanza dei progressisti dovrebbe puntare per l’alternativa di governo?
Sanità, istruzione, giustizia fiscale e no al riarmo: questi saranno, secondo me, i temi su cui si decideranno le prossime elezioni. La differenza fra le due proposte di governo dovrà risultare cristallina. Se penso, ad esempio, al ruolo dell’università e della ricerca, dovremo trasmettere l’idea di un cambiamento molto profondo, a partire dall’investimento delle risorse necessarie.

Perché nega i risultati che il governo e la ministra Bernini rivendicano di aver ottenuto su università e ricerca?
Perché semplicemente non esistono. La ministra prova a confondere le acque, ma, se si guarda il finanziamento all’università in rapporto al PIL (l’unico dato davvero significativo, come dimostrano peraltro gli impegni che il governo ha preso in materia di armamenti), alla fine della legislatura il governo avrà tolto agli atenei pubblici quasi un miliardo e mezzo: una vera enormità a fronte di un finanziamento complessivo di poco più di 9 miliardi. Il risultato è il blocco della programmazione in molti atenei e l’espulsione di migliaia di precari dal sistema della ricerca. A ciò si aggiunge la pessima riforma dei concorsi, all’insegna del localismo più spinto, che la maggioranza sta cercando di approvare senza modifiche ora alla Camera, dopo che la ministra si è rimangiata senza spiegazioni l’impegno a riaprire un tavolo di confronto. La spiegazione in realtà c’è ma non si può dire: è il vergognoso accordo che la maggioranza ha trovato sulla spartizione partitica delle nomine all’ANVUR, quella che dovrebbe essere l’agenzia autonoma di valutazione della ricerca.

Cosa pensa della proposta della patrimoniale?
C’è un tema gigantesco di giustizia fiscale. La curva dell’Irpef è diventata troppo piatta, con il risultato che il ceto medio paga troppo e i veri ricchi troppo poco. Va semplicemente attuata la Costituzione, ristabilendo una vera progressività. A ciò si aggiunge la necessità di ristabilire un’imposta sulle successioni milionarie, come in tutti i Paesi più avanzati, e di superare l’assurdità per cui le rendite finanziarie, che sono fuori dall’imposta sui redditi, vengono tassate meno del lavoro. Si tratta di tre principi sacrosanti su cui credo che la grande maggioranza degli italiani sia d’accordo. Il tema è questo, non una discussione astratta sulla patrimoniale. Serve una riforma strutturale del sistema fiscale, non un prelievo straordinario. Lasciamo pure da parte la parola patrimoniale, su cui si esercita la propaganda della destra, e ragioniamo concretamente di queste cose, che possono essere facilmente spiegate e condivise.

Il partito di Vannacci è davvero un problema serio per la maggioranza di governo o pensa che alla fine sarà incluso nella coalizione?
Dalla sua posizione di destra radicale Vannacci ha gioco facile a sottolineare lo scarto tra promesse e realizzazioni del governo. La sua crescita è destinata a erodere non solo la Lega, ma direttamente l’elettorato di Fratelli d’Italia. Per continuare a crescere, dovrà continuare a marcare la differenza dalla coalizione di governo. E sarà difficile per la Meloni fare un accordo con chi cresce nei consensi sostenendo che lei ha tradito le promesse elettorali. Può essere che alla fine sia così disperata da provarci, ma a quel punto nei fatti la leadership politica della coalizione sarebbe di Vannacci, non sua. Per la semplice ragione che la destra si presenterebbe alle elezioni non per rivendicare quello che ha fatto, ma riconoscendo che serve uno scarto rispetto agli ultimi cinque anni a Palazzo Chigi.

Non pensa che il governo abbia già ricalibrato la sua posizione sulla politica estera?
Più che ricalibrare la posizione mi pare che il governo sia finito fuori strada e ora stia procedendo a tentoni. Fallito il tentativo di costruire una relazione privilegiata con Trump, fallito il disegno di fare da ponte fra Europa e Stati Uniti, fallimentare il rapporto pavido e ossequioso con il governo israeliano, disastroso l’appiattimento sulla linea del riarmo.
Questi fallimenti non si cancellano, in quanto hanno già prodotto danni rilevanti. Peraltro, su Israele il governo non ha il coraggio di rivedere neppure le posizioni più imbarazzanti che ha assunto in sede europea.

Non crede che le prossime elezioni si decideranno al centro e che l’alleanza dei progressisti dovrebbe darsi un profilo più moderato?
Sinceramente credo che la sfida decisiva sia quella del recupero di una parte dell’astensionismo. È un risultato che si può perseguire solo con la chiarezza delle posizioni. Questo non vuol dire diventare estremisti o parlare solo a una parte ideologizzata della società, tutt’altro. Sulle questioni fondamentali io credo ci sia oggi nella società un senso comune, trasversale anche alle appartenenze politiche tradizionali, che è piuttosto distante sia dalle tesi della destra, sia da quelle del solito establishment “liberale”, che (forse anche per ragioni biografiche e patrimoniali) ragiona come se fossimo ancora negli anni Novanta del secolo scorso.
La maggioranza degli italiani è a favore della difesa della sanità e dell’istruzione pubblica, è favorevole a tassare di più i veri ricchi, sostiene il salario minimo, è contraria ad aumentare le spese militari, è a favore di una politica estera meno subalterna a Stati Uniti e Israele e più orientata alla pace. Le elezioni si vincono sulla capacità di dare una rappresentanza politica credibile a questa maggioranza potenziale, oggi in parte disillusa e astensionista, non con discorsi astratti sul centro o sul riformismo.

Fonte: l’Unità

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